Gennaio 2018

Vi proponiamo le toccanti parole di una nostra volontaria. Non riguardano direttamente la sua esperienza di volontariato in associazione, ma valgono comunque la pena d’essere lette perché, indirettamente, riguardano tutti noi:

Qualche settimana fa Giovanna mi ha chiesto di continuare il racconto di M., o meglio della nostra famiglia, di come si è evoluta la situazione.
Spesso ho sentito dire che una famiglia adottiva è più forte delle altre perché ci si è scelti, che il legame è più saldo perché si è rimasti insieme nonostante le difficoltà da affrontare per arrivare ai propri figli. Non è proprio così, probabilmente lo è ad un livello più profondo e senza ombra di dubbio è eterno il legame con i nostri figli, ma per quello che riguarda il resto, i genitori adottivi sono come tutti gli altri esseri umani di questa terra… e capita anche che non si voglia più stare insieme. A noi è successo. E siamo diventati una coppia separata.

La separazione, per quanto consapevole, porta sempre sofferenza; quello che non sapevo era che anche in questa cosa i miei figli hanno avuto qualcosa da insegnarmi. C’è un filmato su youtube che mostra l’orfanotrofio nel quale vengono accolti i bambini in attesa di adozione nella zona d’Etiopia dove è nato mio figlio. Decine di corpicini minuscoli accuditi amorevolmente nella miseria più assoluta, piccoli come gattini ma forti come tigri, che ti guardano e ti scrutano l’anima... un mese di vita e bevono il biberon da soli e lottano per la loro vita. Io vivo con due di loro dopotutto… e se loro hanno superato da soli una cosa gigante come l’abbandono da parte di coloro che avrebbero dovuto dargli tutta la protezione e la sicurezza di cui avevano bisogno, io di cosa mi preoccupo? Da loro ho imparato che la vita è più forte, sempre.
Anche se i segni restano, ovviamente. E allora lo vedi quando proprio non ce la fanno a fermarsi sulle cose, sono sempre sfuggenti questi figli, sempre di corsa e sembra quasi che sia una rin-corsa, sempre pronti a sfondare muri e fare gare, come se ci volesse sempre tanta forza per fare tutto; poi magari le forze finiscono prima del dovuto, oppure ci si ingarbuglia prima di arrivare, per l’ansia che viene al pensiero di fare.
Ed è tutto un lavoro di sprone e poi di freno, di forza fisica e poi di ricerca di contatto, e un grande sforzo per equilibrare tutto. Lo dicevo che siamo genitori come gli altri: il lavoro è proprio lo stesso per tutti i figli del mondo. Loro però non sono uguali, loro hanno una marcia in più. E glielo dico sempre… perché hanno una forza, una capacità che gli esperti chiamano “resilienza”, e riescono ad affrontare tutte le situazioni, anche le più critiche, adattandosi ogni volta e semplicemente vivendo. Lo fanno da quando sono nati.
E così hanno continuato, vivendo serenamente la separazione dei loro genitori, il “cambio delle case” praticamente ogni giorno, un nuovo compagno per la mamma e… una pancia che cresce con una sorellina dentro!
Anche in questa occasione la notizia è stata accolta con gioia, entusiasmo e curiosità, e i bimbi hanno tranquillamente fatto lo slalom tra la nuova convivenza con il mio compagno, due cambi di casa, e la nascita di A. Ricordo ancora quando sono venuti a trovarmi in ospedale, di corsa ed emozionatissimi, si sono chinati sulla culla e M. ha esclamato “mamma, ma come hai fatto a farla così bella?”.
Non vorrei avere dipinto un quadretto troppo idilliaco, siamo genitori e figli “normali” (nel senso che viviamo nella norma). Nel nostro quotidiano esistono difficoltà, ostacoli, problemi e litigi, ma affrontando tutto con onestà tra di noi e chiedendo aiuto al momento giusto, andiamo avanti.
Se posso tirare un po’ le somme, una cosa che ha creato ostacoli sempre e comunque è stata l’ottusità, nostra o altrui. Il credere che non ce l’avremmo fatta solo perché non eravamo più un “modello” di famiglia tradizionale. Pensare che, perché la vita ad un certo punto mette i bastoni tra le ruote, non si possa essere felici o sereni. I miei figli non hanno avuto un inizio di vita facile, e quello che ci siamo sempre detti è che con i nuovi genitori finalmente l’avrebbero trovata… una famiglia sana, la stabilità, l’amore…
Quello che non ci avevano spiegato (o forse non si è ancora veramente capito) era che la sanità di una famiglia non sta nel suo stato giuridico, ma nella capacità dei genitori di esserci stabilmente per i propri figli e magari proprio quando il mare è in tempesta e non è proprio scontato. E che l’amore da insegnare loro non è quello delle fiabe del “vissero sempre felici e contenti”, ma quello del lasciare libero l’altro perché così è davvero più felice, per poi comunque esserci quando è davvero importante.
La mia famiglia non è perfetta, ma è sicuramente bella, molto bella, e soprattutto molto colorata! Se ci vedete camminare in giro non potete non notarci: spaziamo dal marrone nutella con riccioli neri, al bianco latte e codine arancioni!
Non posso che essere soddisfatta del cammino fatto fino a qui, e quando guardo i miei figli sono, come tutte, la mamma più orgogliosa. Per il resto navighiamo a vista, dico io, e sostenendoci a vicenda, affrontiamo ogni giorno.

La nostra volontaria ha voluto anche parlarci dell'esperienza adottiva del suo bimbo, evidenziando, ancora una volta, quanto poter ricostruire la storia pre adottiva sia importamte sia per i nuovi genitori che per i bambini stessi (che un giorno diventeranno adulti). Ecco perchè siamo certi e orgogliosi del valore del nostro progetto "La Valigia"):

Voglio che M. abbia un ricordo del luogo dove ha vissuto quasi 10 mesi della sua vita. Ricordo quando la tata preferita di M. inaspettatamente e con nostra grande sorpresa tirò fuori una bustina… conteneva una catenina con un piccolo gioiellino per il mio bimbo. La apre e gliela mette al collo, e a metà fra l’imbarazzato e il commosso, capisco. Capisco tutto.

Il mio bimbo ha una storia.

Non parlo di quella naturale, prima della pancia. Non parlo neanche di quella della pancia, o dei primi due mesi di vita, passati (forse?) con la famiglia naturale. Di quella storia se ne parla tanto; negli anni in cui aspetti questi figli ne prendi confidenza, la odi, la respingi, ma poi impari ad amarla. Parlo dell’immenso e pauroso cratere che si è venuto a creare nel tempo dall’abbinamento alla partenza, che mi terrorizzava tanto perché mi dicevo: ma cosa sarà del mio bimbo, povero scricciolo solo e impaurito, senza mamma lì a consolarlo, senza nessuno che gli insegni come si fa ad amare nel modo più bello e giusto, senza nessuno che gli insegni cosa vuol dire che c’è qualcuno a questo mondo che ti ama con tutto il suo essere, senza nessuno che gli insegni da subito col corpo e le attenzioni e il latte per cosa siamo stati creati? E le mie paure erano giustificate: a M. davvero è mancato tutto questo e lo stiamo recuperando con fatica, tenacia e soprattutto tanto, tanto, tanto amore.

Però, mentre la tata che lo teneva in braccio nelle prime foto che abbiamo di lui e gli ferma al collo quel piccolo gioiellino penso "il cerchio si chiude".

Non è più una spirale di disperazione, un buco nero che risucchia la vita, ma ora è un abbraccio-Tutto quel tempo è l’abbraccio che l’ha accolto. Prima l’ha raccolto da terra, dove era stato lasciato, poi l’ha condotto al villaggio, dove ha trovato una mamma e un papà lontani che gli promettevano il futuro, e intanto che i lenti ingranaggi della burocrazia funzionavano, gli ha intessuto una storia d’amore, povero ma caldo, che adesso è sotto i miei occhi ed un giorno, penso, gliela potrò raccontare. E se di una cosa sono certa, è che nel disegno della sua vita, al cuore di M. sentirsela raccontare un giorno servirà più che aver passato quei nove mesi fra le mie braccia.

Senza quella straziante, infinita, ingiustissima attesa del “prima di noi” io non avrei saputo niente. Quello sì sarebbe stato un buco nero. Ecco che penso mentre fotografo con la menteil filo che lega mio figlio a quella persona.

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